Intervista con l’avvocato internazionalista Francesca Petriccione

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Nella fase drammatica del Coronavirus non è il momento delle polemiche ma quello della solidarietà, della fiducia e della responsabilità: non ha dubbi Francesca Petriccione, Avvocato Internazionalista, giovane ma già in pole position in Italia e all’estero, che vanta un ricchissimo curriculum, con esperienze in vari paesi del mondo e una passione assoluta per il diritto. Lo Studio ha una base operativa a Dubai. 

Emergenza  Coronavirus: gravissimi ritardi e una comunicazione errata che ha creato disinformazione e confusione. Avvocato Petriccione, si può configurare qualche reato nei confronti del Governo Conte?

Qualcosa di inafferrabile, ha travolto il mondo intero, uno schiaffo in pieno volto ad un’umanità sempre più sciacalla ed indifferente. 

Il covid 19 ha svelato, prima fra tutte, l’inadeguatezza, l’intempestività, la precarietà dei governi e dell’intero sistema governativo, con uno schioccare di dita ci ha rivelato una nudità imbarazzante. 

Il governo, non solo quello italiano, ha preferito credere, illudendoci ed impreparandoci, che il nemico non avrebbe mai valicato i confini del nostro bel paese, inoltre, era troppo impegnato nelle olimpiadi degli occulti giochi di potere e vittime sacrificali ciò ha inibito un’azione di prevenzione e contenimento per la quale il governo ha assunto le vesti di soggetto attivo del reato di epidemia colposa.

Da un punto di vista prettamente tecnico, l’equazione è perfetta ma ritengo che il problema vada ricercato, analizzato ed eventualmente risolto anche sotto altri aspetti.  

L’arrivo del Coronavirus in Italia e la conseguente proiezione del nostro Paese al centro dell’attenzione mondiale per il numero di contagi – inizialmente terzi al mondo dopo la Cina e la Corea del Sud, primi in Europa  – hanno generato una diffusa reazione di paura, ansia, se non addirittura panico in segmenti significativi della popolazione. Le foto dei supermercati presi d’assalto da consumatori evidentemente convinti di poter essere chiamati a restare barricati in casa per settimane testimoniano un processo che a questo punto è stato difficile da contenere, almeno fino a quando il numero di guarigioni non ha superato quello dei contagi. Accanto alla possibile epidemia di Coronavirus ne esiste un’altra, infatti, che si è attivata e che si attiva ogniqualvolta si crea una crisi di fiducia dei cittadini nei confronti dell’informazione “ufficiale”, che proviene prima di tutto dalle istituzioni chiamate a gestire un’emergenza, ma che riguarda anche l’eterogenea galassia dei mezzi di informazione. Questa dinamica è definita infodemia, cioè la «circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti affidabili». 

Non è il momento della polemica o della lamentela. Ci vuole unità, fiducia e responsabilità.

Se qualcosa non fosse chiaro o condivisibile, facciamo domande e proposte in modo costruttivo, senza speculare con sarcasmo.

È una situazione inedita e difficile e non serve che qualcuno faccia comode critiche col senno di poi seduto dalla poltrona di casa.

Facciamo squadra. Il momento dei bilanci e delle valutazioni verrà, ora bisogna aiutarsi reciprocamente, diffondere buon senso e responsabilità.

Sfiducia, allarme, disfattismo sono altri virus che non ci aiuteranno a sconfiggere il comune nemico. Questa crisi deve farci profondamente riflettere su quanto i nostri comportamenti abbiano una ricaduta sulle vite degli altri. Su quanto siamo connessi e legati. Questo vicinanza, che oggi sembra vulnerabilità (pensate a come è stato più facile gestire tutto in un regime illiberale come quello cinese…), è invece la nostra forza.

La restrizione della libertà personale che tutti gli italiani hanno dovuto subire durante questa quarantena cozzano con i principi liberal democratici?

La diffusione repentina del coronavirus ha costretto il governo ad adottare alcune misure restrittive delle libertà e dei diritti fondamentali dei cittadini.

La limitazione delle libertà fondamentali e l’interruzione di alcuni servizi di pubblica utilità non possono mai essere accettate a cuor leggero all’interno di un ordinamento liberal democratico, ma esistono parametri giuridici per verificare se il potere dello Stato sia stato esercitato nel pieno rispetto della Costituzione che quelle libertà si preoccupa di tutelare. Occorre innanzitutto procedere a verificare se il presidente del consiglio dei ministri abbia potuto fare leva su un’espressa autorizzazione di legge per comprimere le libertà che ordinariamente non sono degradabili sino a questo punto da parte della pubblica amministrazione.

Ebbene, il capo del governo è stato autorizzato con un decreto legge, adottato in via d’urgenza, a mettere in campo tutte le misure necessaire a contrastare la diffusione del coronavirus. La conversione del decreto legge da parte del Parlamento assicura sufficiente base legale, almeno da un punto di vista formale, alle imposizioni ordinate dal Presidente del Consiglio, ma lascia aperta una questione che al momento non è dato sapere come è stata affrontata dalle Camere. Il decreto legge indica un’elencazione di disposizioni limitative della libertà personale che possono essere adottate dal capo del governo, ma allo stesso tempo lo autorizza ad adottare ogni misura di contenimento e gestione adeguata e proporzionata all’evolversi della situazione epidemiologica.

La disposizione è troppo generica e abbandona il criterio della tassatività delle misure che l’amministrazione può adottare, su espressa autorizzazione del Parlamento, a scapito delle libertà fondamentali degli individui.

Superata, con il predetto caveat, la questione del rispetto del principio di legalità, occorre verificare se le limitazioni imposte col Dpcm possano trovare giustificazione nella necessità di tutelare un bene di rango costituzionale pari o persino superiore alle libertà fondamentali dei cittadini.

Non vi è dubbio che l’adozione delle misure restrittive delle libertà sia stata ordinata in vista della salvaguardia del bene della salute individuale e collettiva; non sussistono margini d’incertezza, peraltro, in ordine alla legittimità di un’azione della pubblica amministrazione che restringa le libertà personali per tutelare la salute dell’intera popolazione.

Si tratta, tuttavia, di una valutazione che pur essendo valida in astratto potrebbe non esserlo in concreto, perché le peculiarità del caso specifico richiedono l’applicazione del principio di proporzionalità, declinato sotto il triplice profilo della idoneità, della necessarietà e della proporzionalità in senso stretto.

Credo sia utile approfondire la questione nei seguenti termini:  la misura limitativa della libertà personale deve essere idonea a raggiungere lo scopo prefissato, perché qualora non lo fosse sarebbe illegittimo comprimere inutilmente una libertà fondamentale. Sotto questo particolare profilo il decreto del presidente del Consiglio dei ministri delinea un espresso nesso di causalità fra le misure imposte e la speranza della riduzione della diffusione su tutto il territorio nazionale del coronavirus.

Il provvedimento, tuttavia, su questo punto appare troppo generico e sfornito di un adeguato supporto scientifico, anche perché il richiamo alle indicazioni formulate dal Comitato tecnico scientifico non appare adeguato a fornire tutti gli elementi tecnici che permetterebbero di giudicare idonea la misura adottat. Per quanto possa apparire paradossale l’idoneità delle misure previste dal Dpcm è sembrata emergere con maggiore chiarezza nel corso delle dichiarazioni che Conte ha rilasciato qualche minuto dopo la firma del provvedimento, allorché ha specificato che la necessità è quella di limitare la diffusione del virus, soprattutto per non sovraccaricare il sistema sanitario che rischierebbe di non reggere all’aumento esponenziale dei casi d’infezione. Vale la pena ribadire, però, che in presenza di provvedimenti che dispongono una sensibile riduzione delle libertà personali il supporto scientifico in ordine alla idoneità delle misure adottate e un’adeguata motivazione risultano imprescindibili.

Il rispetto del principio di proporzione passa, poi, dalla dimostrazione che le limitazioni delle libertà individuali siano necessarie perché insostituibili con mezzi meno gravosi. Si deve trattare, in altre parole, delle sole misure, fra quelle disponibili, adatte allo scopo.

Il Dpcm richiama sul punto “le dimensioni sovranazionali del fenomeno epidemico e l’interessamento di più ambiti sul territorio nazionale” che “rendono necessarie misure volte a garantire uniformità nell’attuazione dei programmi di profilassi elaborati in sede internazionale ed europea”.

A dire il vero, anche sotto questo angolo prospettico sembrerebbero carenti, almeno per ciò che riguarda la motivazione espressa contenuta nel provvedimento, i riferimenti alla impossibilità di agire diversamente per ottenere il medesimo livello di tutela o di contenimento del rischio che si vorrebbero assicurare con la limitazione delle libertà fondamentali ordinata col Dpcm.

In ultimo occorre verificare se il provvedimento adottato dal governo non risulti, a conti fatti, troppo gravoso rispetto alla convenienza del risultato ottenibile (proporzionalità in senso stretto).

Ed è con particolare riguardo all’entità delle limitazioni imposte alle libertà individuali, che il provvedimento del capo dell’esecutivo non appare particolarmente draconiano, sia perché è stata fatta salva la possibilità di derogare a tutti i divieti imposti, purché si garantiscano in altro modo le misure di precauzione, sia perché le pubbliche amministrazioni sono state sollecitate ad organizzare, con modalità differenti dall’ordinario, e tuttavia facilmente praticabili, l’erogazione dei servizi.

La norma di chiusura che limita l’efficacia dei provvedimenti adottati assicura, infine, che l’eventuale proroga delle restrizioni alle libertà fondamentali dovrà passare necessariamente dalla riconsiderazione di tutti i presupposti di legittimità.

In quell’occasione potrebbe raddrizzarsi ancora meglio il tiro.

È possibile da un punto di vista legale che tutti coloro che si sono sentiti penalizzati, le imprese in particolare, possano costituire una Class Action?

La Class Action, rivolta a tutelare i diritti individuali omogenei, così efficace negli Usa, non ha mai avuto una disciplina efficace e snella in Italia ma qualcosa sta cambiando, anche se la nuova legge è scritta, ma continuano ad esserci rinvii per l’entrata in vigore.

La nuova disciplina dovrebbe essere più snella nella sua procedura e fruibile non solo da consumatori individuali, ma per qualsiasi classe di soggetti, consumatori o imprese.

La data di entrata in vigore era stata prevista per il 19 aprile 2020, poi rinviata dal D.L. del 30.12.2019 al 19 ottobre 2020 e infine (speriamo) al 19 novembre 2020.

E noi saremo pronti a partire senza dubbio vedremo una serie di casi legali di class action a tempo debito.

Più concretamente, le azioni collettive sono in aumento da qualche tempo, stiamo già vedendo nuovi record stabiliti nel 2020, in gran parte legati ad azioni, inazioni o presunte frodi relative a Covid-19. Ho avuto modo di analizzare da vicino class actions di frode titoli depositate mentre il mercato azionario continua a diminuire. Un caso tra tutti quello contro Norwegian Cruise Lines e uno contro la società biotecnologica Inovio. Il caso Norwegian Cruise Lines afferma che il convenuto ha fornito ai clienti false assicurazioni di sicurezza relative al COVID-19. Il caso Inoviosostiene che l’amministratore delegato di Inovio ha fatto dichiarazioni false o fuorvianti su un potenziale vaccino per COVID-19. Inoltre, con il drammatico aumento del lavoro remoto e delle notizie che phishing e attacchi informatici sono in aumento, è più importante che mai per assicurarsi che sei preparato per il contenzioso di class action CCPA. Speriamo anche che questo diventi una coalizione globale di tutte le nazioni colpite per unirsi contro il Partito Comunista Cinese per i loro continui comportamenti e azioni non etiche”   ha dichiarato qualcuno in questi giorni, dichiarazione che faccio mia.

Il governo sta studiano l’ applicazione della app Immuni per tracciare gli spostamenti del contagio: violazione della privacy o misura necessaria?

L’applicazione  di contact tracing italiana è alle porte e tante sono ancora le incognite che la riguardano, soprattutto su metodologie adottate e sulla sicurezza della infrastruttura complessiva. Tante le domande e i dubbi, soprattutto ora che lo Standard Internazionale (PEPP-PT) è al centro di grandissime polemiche etiche, con nomi illustri che lo hanno abbandonato poiché “troppo invasivo” e lesivo della privacy dei cittadini. A mio avviso, il dubbio non è né sulla scelta tecnica né sulla bontà della soluzione. Per funzionare ed essere efficace l’applicazione ha bisogno di essere utilizzata dal 60% degli italiani, in un Paese in cui il 30% della popolazione non possiede uno smartphone. Qualcuno davvero crede che riusciremo a raggiungere quella soglia, quando a Singapore con soluzione simile non sono arrivati al 20% di download? I dubbi sono molti e latenti.

I destinatari si sono divisi in due fazioni gli pseudo guru tecnologici, che non vedevano l’ora di usare l’occasione di polemica gratis per ottenere qualche riscontro in più sui social e fare gli splendidi e i veri geek che conoscono profondamente la materia tecnica e hanno giustamente le loro idee su temi come la privacy, la gestione dei dati, la sicurezza, il consorzio DP3T piuttosto che PEEP-PT, e così via. Qualcuno dovrà prendere una decisione su come implementare Immuni, e queste scelte, che non verranno prese da tecnici informatici, dovranno trovare un punto mediano tra la più totale tutela dei dati personali (impossibile qualunque protocollo si utilizzi) e la massima tutela dei cittadini sotto il profilo sanitario che richiede profonde incursioni nei dati dei cittadini. La decisione dovrà fare delle scelte e dovrà considerare qual è il bene superiore della collettività.

E qual è questo bene? Un livello ragionevole di tranquillità nel tornare a vivere, lavorare, prendere la metropolitana, andare a fare la spesa. E per gestire la situazione che dovremo affrontare occorrerà avere a disposizione dati, informazioni e poterli gestire in casi di emergenza. Il vostro sacrosanto diritto alla privacy non potrà prevalere contro il diritto della maggioranza degli Italiani che vogliono potersi tutelare il più possibile con i pochi strumenti che possono aiutarci in questa fase. Immuni dovrebbe avere dei meccanismi di engagement ed incentivazione all’utilizzo, per cui chi accetta di rilasciare i propri dati ne otterrà dei vantaggi in termini di accesso a luoghi pubblici, possibilità di spostarsi, prendere treni, lavorare. E se parliamo di meccanismi di questo tipo ancora più di prima sono convinto che gente come Bending Spoons sono la miglior scelta che potevamo fare per assicurarci un profondo e ampio utilizzo dell’applicazione.

Tuttavia, al di là dei proclami, il Garante dovrà necessariamente esprimere parere vincolante sulla architettura (PEPP-PT vs. DP3T), in continuità con la esigenza di bilanciare la finalità di trattamento con i diritti degli interessati. Una soluzione come DP3T garantirebbe il trattamento richiesto e darebbe agli utenti la possibilità di avere controllo sui propri dati, almeno sino al momento della eventuale “positività”. Si è discusso anche sulla questione che questa sia realizzata da una società privata non ha molto senso, sarebbe auspicabile che venga resa opensource con un protocollo di interscambio standard che dia la garanzia di privacy e trasparenza e che sia multi dispositivo se no la possibilità che questo oggetto si possa diffondere in modo adeguato per essere efficace è praticamente nulla. Una ragionevole accettazione di minori garanzie sul tema dei dati personali è da considerare di second’ordine rispetto alla necessità di salvare migliaia di vite umane e ridurre l’impatto della recessione. 

Cosa rischia il sistema giustizia dopo uno stop così brusco e repentino? Come potrà mettersi, nuovamente, in moto una macchina così pesante ed ingolfata?

Come noto, l’improvvisa ed imprevedibile emergenza per la diffusione del Covid-19 ha comportato una serie di conseguenze rilevanti nella organizzazione delle attività in cui si estrinseca la vita produttiva e sociale del paese. Anche il sistema giustizia è stato investito da questo “tsunami” ed ha dovuto adottare immediati accorgimenti per contemperare l’espletamento del servizio con le gravi restrizioni imposte per il contenimento della diffusione del virus. In particolare i generali divieti di uscire e la necessità di evitare assembramenti di persone hanno generato notevoli problemi soprattutto in merito alle udienze, il cui svolgimento implica la contestuale presenza in aula di giudici, avvocati, a volte delle parti o dei testi.  Potenziali contatti ravvicinati fra le persone sono altresì configurabili fuori dalle aule giudiziarie, nei corridoi e nelle sale avvocati, nonchè nelle segreterie e cancellerie ove è ubicato il personale amministrativo. Il d.l. dell’8 marzo 2020, n.11 ha dato la prima risposta organizzativa, soprattutto attraverso la previsione di due misure principali: il rinvio di ufficio a data successiva al 22 marzo delle udienze previste fra l’8 ed il 22 del medesimo mese e la sospensione dei termini processuali nello stesso periodo (salvo eccezioni puntualmente indicate). Inoltre già quel decreto prevedeva all’art.2 una “seconda fase temporale” decorrente dal 22 marzo al 31 maggio, vale a dire un periodo in cui – cessate le misure più drastiche di rinvio di ufficio delle udienze e di sospensione dei termini – sarebbe ricominciato il decorso dei termini, così come una ripresa graduale delle attività giudiziarie, nel rispetto di misure che i capi degli uffici giudiziari sono tenuti ad adottare per assicurare lo svolgimento di attività evitando un contatto ravvicinato fra le persone.

L’emergenza ha aggravato anche la situazione, già complicata, del sistema giustizia. 

La giustizia deve sventare l’effetto collo di bottiglia, evitare cioè di ritrovarsi sommersa di udienze una volta che le misure di sicurezza saranno sospese od addirittura abolite. 

Il rischio di un eccessivo accumulo di procedimenti giudiziari, i quali andrebbero a ingolfare la ripresa della macchina giudiziaria, sembra divenire sempre più concreto e tangibile. 

Ci avviciniamo alla “fase 2”, cosa accadrà?

Bisogna prendere atto che vi saranno limitazioni per gli orari di apertura delle strutture ed ulteriori rinvii delle udienze con un effetto collaterale su tutti ovvero la possibile entrata in crisi del sistema giustizia e il conseguente blocco del suo andamento. In altre parole, molti processi rischiano di slittare, e potrebbero scontrarsi con quelli lasciati in sospeso prima dello stop.

Nel settore civile c’è spazio soltanto per le udienze più urgenti ossia minori e famiglia mentre nel penale si tengono le convalide di arresto e fermo e, talvolta, le udienze nei procedimenti a carico di detenuti. In entrambi i casi, le camere di consiglio sono in videoconferenza; vengono inoltre sostituite le udienze per la precisazione delle conclusioni con il deposito telematico di note scritte. 

Il problema è relativo anche al nostro dato culturale: siamo troppo romantici e poco inclini al pragmatismo e questo rappresenta un ostacolo all’utilizzo di strumenti digitali verso il quale poca o addirittura nulla è stata la formazione destinata agli operatori che, a vario titolo, fanno parte del sistema giuridico italiano. 

Il passaggio dalla fase 1 alla fase 2 poco cambia, la giustizia continuerà ad essere un enorme pachiderma che arranca a fatica fra burocrazia, lassismo e negligenze varie. 

Questa dovrebbe essere ancora una volta la giusta occasione per ribadire e prendere coscienza di un sistema processuale saturo che va rivisitato e messo a dieta in favore di alternative da adottare in ragione di parametri commisurati all’importanza dei diritti trattati. 

Il mio auspicio, pur non lavorando molto in Italia, è quello che questo forzoso ritiro domestico si trasformi in opportunità, che ci sia confronto sano e di spessore tra gli operatori in vista di una sintesi proficua nell’ottica della prioritaria salvaguardia della collettività. 

Quali saranno gli scenari finanziari futuri e le opportunità da non perdere sui mercati nazionali ed internazionali?

Oggi  c’è grande fame nel mondo, parlo di fame di affari da di imprenditori di livello nazionale ed internazionale. Il mio compito è quello di far capire alla mia platea quali potrebbero essere le nuove opportunità di business, dove dirottare le energie. 

La quotidianità, così stravolta, ci fornisce dati che non hanno alcun precedente ad es. la combinazione dei prezzi del petrolio e del COVID-19 ha avuto un impatto drastico sull’industria petrolifera e del gas, che ha portato a una depressa domanda per i nostri servizi e ha diminuito la capacità di lavorare con i clienti nel loro mercato chiave.

Questa crisi ha delle conseguenze imprevedibili ma come tutte le crisi ci costringerà da un lato a riprendere alcuni lavori e alcuni settori si pensi alla diffusione dello smart working e alla necessità di adattamento di interi settori come la ristorazione e dall’altro darà il via allo sviluppo di settoriinediti. E quindi ci saranno grandi opportunità per le aziende e gli imprenditori che non resteranno fermi, si pensi a chi ha riconvertito almeno in parte la produzione producendo mascherine o gel igienizzanti sono esempi semplici e sotto gli occhi di tutti ma come queste si creeranno tante nuove attività che prima non c’erano. 

Inoltre, la dimensione globale della crisi renderà ancora più centrale, necessaria e decisiva la figura degli avvocati esperti in diritto internazionale perché l’epilogo definitivo della crisi e delle problematiche che ne nasceranno non potranno che essere affrontate in prospettiva sovranazionali.

Ho adottato un motto hashtag che vuol essere un nuovo guanto di sfida #DIFFOPPORTUNITA’.