Il Petrolio dell’Italia

di Andrea Di Maso

La cultura millenaria fa dell’Italia il suo biglietto da visita, la sua carta d’identità. La sua ricchezza artistica e culturale è percepibile a occhio nudo e questa è la ragione per cui viene definita con espressioni quali “Belpaese”, “la culla dell’arte”, “museo diffuso”. Appellativi, fra l’altro, riconosciuti anche da importanti organismi istituzionali come l’Unesco che considera l’Italia patrimonio mondiale dell’Umanità.

Con i suoi oltre 3.400 musei, circa 2.100 aree e parchi archeologici e 49 siti Unesco (Nota 9 – Istat, rapporto BES – Benessere Equo Sostenibile,), l’Italia possiede una preziosa risorsa economica, paragonabile al petrolio dei Paesi arabi. Tuttavia, questo immenso patrimonio è ampiamente sottoutilizzato. Diamo poco valore ai nostri tesori e, di conseguenza non sfruttiamo, economicamente parlando, tutto il nostro potenziale. Ancora una volta sono le cifre a parlare.

Con la cultura si mangia… eccome!

“La gente non mangia cultura” ci siamo sentiti ripetere più volte, anche da qualche esponente del governo. Eppure all’estero con la cultura ci mangiano eccome! Pur avendo un patrimonio e una ricchezza culturale di molto inferiore a quella italiana, Nazioni europee come la Germania e la Francia hanno dimostrato di sapere gestire con più efficacia le proprie bellezze. Risultato? Ingenti somme di denaro nelle casse dello Stato. Anche gli americani non scherzano, mettono un marchio alle loro bellezze e passano all’incasso. Gli Stati Uniti con la metà dei nostri siti culturali hanno un ritorno commerciale pari a 16 volte quello italiano, mentre il ritorno economico culturale della Francia e del Regno Unito è tra 4 e 7 volte quello italiano.

Un esempio eclatante della sottoutilizzazione economica del nostro patrimonio culturale ci viene offerto dal museo del Louvre, in Francia, che copre i ricavi totali percepiti dai nostri musei. 

Questi dati smentiscono il luogo comune, fra l’altro esclusivamente nostrano, secondo il quale il settore della cultura è statico e improduttivo. E anche se le politiche di austerity hanno costretto vari Governi ad effettuare tagli, la Germania si è guardata bene dallo stringere i rubinetti su formazione e ricerca. In Italia, invece, la scure fiscale si è abbattuta soprattutto sull’ambito della cultura e della ricerca. Una realtà che assume i contorni del paradosso se si considera che lo Stato in questione è l’Italia, universalmente riconosciuta come il Paese che possiede il più ricco e variegato patrimonio artistico-culturale.

Per una nazione come l’Italia non investire sulla cultura è un danno economico. A chi contesta che dobbiamo risolvere problemi più seri, dovremmo rispondere che proprio la cultura potrebbe fornire una forte spinta all’economia Italiana.