Monday, September 7, 2026
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Intervista andrea Di Maso

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«Il cuore va in scena»

Andrea Di Maso racconta il nuovo Festival del Cuore: 17 edizioni, una nuova energia e una charity che diventa esperienza, spettacolo, arte e relazione.

Diciassette anni dopo, il Festival del Cuore non si limita a tornare in scena. Cambia linguaggio.

La charity rimane il punto di partenza e il punto di arrivo, ma intorno a quel cuore prende forma un’esperienza completamente nuova: performance, dinner show, musica, DJ set, live painting, networking, luci, immagini e una regia immersiva pensata per trasformare la serata in un racconto unico.

È il Festival del Cuore 2.0.

Un’evoluzione che guarda all’energia internazionale di Ibiza senza rinunciare all’autorevolezza delle sue radici: “Institutional by nature. Friendly by attitude. Ibiza by energy. Emotion by heart.”

Ma dietro il nuovo format c’è una domanda più profonda: come si racconta oggi la solidarietà?

Per Andrea Di Maso, ideatore e anima del Festival, la risposta passa dalle persone. Da quelle che negli anni hanno partecipato, sostenuto, donato, costruito relazioni. E dalle tante realtà che il Festival ha contribuito a sostenere: dalla Lega del Filo d’Oro a Peter Pan, da Salvamamme all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, dalle popolazioni colpite dai terremoti ai progetti per l’infanzia e alla cooperazione internazionale.

Perché dietro ogni edizione non c’è soltanto una serata da ricordare.

C’è qualcosa che deve rimanere quando la musica finisce e le luci si spengono.

Ed è proprio da qui che parte questa conversazione con Andrea Di Maso.

L’INTERVISTA

Andrea, diciassette edizioni dopo il Festival del Cuore torna con un’identità completamente rinnovata. Partiamo dalla domanda più semplice: perché cambiare?

Andrea Di Maso:
Perché credo che una cosa importante debba avere la capacità di evolversi.

Il Festival del Cuore è nato diciassette edizioni fa con un’idea molto semplice: mettere insieme persone diverse e trasformare quell’incontro in qualcosa di concreto per gli altri.

Quell’idea non è mai cambiata. È cambiato tutto ciò che le sta intorno.

Sono cambiate le persone, il modo di comunicare, il mondo degli eventi e soprattutto il modo in cui viviamo un’esperienza. Oggi non basta più essere presenti in una sala. Bisogna sentirsi parte di quello che sta accadendo.

Per questo abbiamo deciso di cambiare pelle.

Non la missione. Il linguaggio.

Quindi il Festival del Cuore 2.0 non è una rottura con il passato?

Andrea Di Maso:
No, assolutamente. È il contrario.

È proprio perché abbiamo una storia importante alle spalle che oggi possiamo permetterci di sperimentare.

In diciassette edizioni abbiamo costruito relazioni, coinvolto aziende, imprenditori, istituzioni, artisti e tantissime persone. Abbiamo sostenuto progetti e realtà che avevano bisogno di aiuto.

Tutto questo rimane.

Quello che cambia è il modo in cui vogliamo raccontarlo e farlo vivere.

Il Festival ha sostenuto negli anni realtà molto diverse: dalla Lega del Filo d’Oro a Peter Pan, da Salvamamme al Bambino Gesù, fino agli interventi dopo i terremoti e ai progetti di cooperazione internazionale. Cosa significa per te guardare oggi a questa storia?

Andrea Di Maso:
Significa soprattutto ricordare che dietro ogni nome c’è una storia.

Quando citiamo la Lega del Filo d’Oro, Peter Pan, Salvamamme, il Bambino Gesù o le popolazioni colpite dai terremoti, non stiamo parlando semplicemente di organizzazioni o progetti.

Stiamo parlando di bambini, famiglie, persone fragili, comunità che in un determinato momento hanno avuto bisogno di qualcuno.

E questo è il senso più profondo del Festival: non dimenticare che ogni raccolta, ogni iniziativa, ogni contributo deve tradursi in qualcosa di reale.

Negli anni abbiamo sostenuto, tra gli altri, anche ARES 118, Nuovi Orizzonti, le Olimpiadi del Cuore, CAAP Afrika, Sky Children e il progetto Home di Trenta Ore per la Vita.

Guardare indietro e vedere questa storia è una responsabilità, ma anche una grande motivazione per continuare.

C’è dunque una differenza tra raccogliere fondi e costruire una cultura della solidarietà?

Andrea Di Maso:
Sì, ed è una differenza fondamentale.

Raccogliere fondi è importante. Ma se vogliamo che la solidarietà abbia un impatto duraturo dobbiamo fare un passo in più.

Dobbiamo creare consapevolezza.

Dobbiamo far capire che ciascuno può contribuire con quello che ha: un’azienda può mettere a disposizione risorse e competenze, un artista il proprio talento, un imprenditore le proprie relazioni, una persona semplicemente la propria partecipazione.

Il Festival vuole essere anche questo: un luogo nel quale la solidarietà diventa una cultura condivisa.

Dalla serata all’esperienza

La 17ª edizione introduce una parola che ritorna spesso: esperienza. Cosa significa per te?

Andrea Di Maso:
Significa fare in modo che il pubblico non sia semplicemente spettatore.

Vogliamo che le persone entrino nel Festival e vengano accompagnate attraverso una storia.

Ci sarà la musica, ci saranno le performance, il dinner show, il networking, l’arte. Ma tutto dovrà avere un filo.

L’obiettivo è che nessuno percepisca dei momenti separati.

Non deve essere: prima la parte istituzionale, poi lo spettacolo, poi la charity.

Deve essere una sola esperienza che cambia ritmo.

La locandina sintetizza la serata in cinque parole: Performance, Dinner Show, Amazing Music, Networking, Charity. Come convivono?

Andrea Di Maso:
Convivono se hanno una ragione per stare insieme.

La musica crea energia. La performance crea attenzione. Il dinner show crea convivialità. Il networking crea relazioni.

E la charity dà un significato a tutto questo.

È un equilibrio delicato, ma proprio questa contaminazione è la nostra idea di Festival.

Avete scelto Ibiza come riferimento artistico. Perché?

Andrea Di Maso:
Perché Ibiza è energia.

Non ci interessava importare semplicemente il mondo del clubbing. Ci interessava il linguaggio: la musica, il DJ, le luci, le immagini, la performance, la capacità di creare un’atmosfera.

Abbiamo preso questi elementi e li abbiamo portati dentro un contesto che rimane elegante e autorevole.

È una contaminazione.

E forse è proprio questo il senso della nuova edizione: mettere insieme mondi diversi e farli funzionare insieme.

“Institutional by nature. Friendly by attitude. Ibiza by energy. Emotion by heart.” Sembra quasi un manifesto.

Andrea Di Maso:
Per certi versi lo è.

“Institutional” racconta le nostre radici.

“Friendly” racconta il modo in cui vogliamo che le persone vivano la serata.

“Ibiza” racconta l’energia.

“Emotion” racconta dove vogliamo arrivare.

E poi c’è “heart”, che è la parola che tiene tutto insieme.

La scena cambia

Audio, luci, LED wall, voice over: nella 17ª edizione anche la regia diventa parte della narrazione. Perché?

Andrea Di Maso:
Perché oggi la tecnologia può aiutare a raccontare una storia in maniera molto più coinvolgente.

Suono, luce e immagini non devono essere effetti fini a se stessi.

Possono creare attesa, emozione, sorpresa.

Abbiamo lavorato sull’idea di una regia nella quale il pubblico non percepisca necessariamente il meccanismo tecnico.

Non deve sembrare: “Adesso parte un video”.

Deve sembrare semplicemente che la scena cambia.

E quando arriva la charity, la scena cambia ancora. Come si trova l’equilibrio tra intrattenimento e responsabilità?

Andrea Di Maso:
Quello è il momento più importante.

Lo spettacolo deve creare energia, ma la charity deve creare consapevolezza.

Quando raccontiamo una storia vera, bisogna lasciare spazio alle emozioni.

Per questo il linguaggio diventa più cinematografico, più essenziale.

Non vogliamo spettacolarizzare il dolore.

Vogliamo che lo spettacolo ci aiuti ad ascoltare.

L’arte entra nel cuore della serata

Quest’anno arriva anche il live painting. Perché inserire l’arte in un programma già così ricco?

Andrea Di Maso:
Perché l’arte ha una forza particolare: riesce a raccontare senza necessariamente usare le parole.

E il live painting ha un elemento ulteriore: permette alle persone di vedere la creazione.

L’opera nasce davanti al pubblico.

Poi quelle opere diventano parte della charity attraverso la riffa.

È un processo bellissimo: il talento diventa partecipazione e la partecipazione diventa solidarietà.

Tre opere destinate alla riffa charity. È anche un modo per dimostrare che la solidarietà può assumere forme diverse?

Andrea Di Maso:
Assolutamente.

La solidarietà non è soltanto una donazione economica.

È anche mettere a disposizione ciò che sappiamo fare.

Un artista può donare un’opera. Un’azienda può sostenere un progetto. Una persona può coinvolgere un’altra persona.

Il valore nasce quando tutte queste energie si incontrano.

Il valore delle persone

Il Festival ha sempre avuto una forte componente di networking. Oggi quanto vale davvero incontrarsi?

Andrea Di Maso:
Vale moltissimo.

Viviamo in un mondo nel quale siamo costantemente connessi e, paradossalmente, rischiamo di incontrarci sempre meno davvero.

Il networking che interessa a noi è quello che nasce da una conversazione.

Da una cena.

Da un incontro casuale.

Da una persona che scopre di avere un progetto compatibile con quello di un’altra.

Se poi da quella relazione nasce qualcosa che produce valore per una causa sociale, abbiamo raggiunto un risultato ancora più importante.

Dopo diciassette edizioni, cosa hai imparato sulle persone?

Andrea Di Maso:
Che hanno più voglia di fare del bene di quanto spesso pensiamo.

Bisogna creare le condizioni perché quella voglia possa trasformarsi in azione.

E credo che questo sia anche il ruolo di chi organizza un evento come il Festival: non limitarsi a chiedere, ma creare un contesto nel quale partecipare abbia un significato.

Per la prima volta, il Festival del Cuore avrà anche una mascot. Perché avete scelto di introdurre un personaggio all’interno di un evento che ha una storia così consolidata?

Andrea Di Maso:
Perché sentivamo l’esigenza di dare un volto ancora più riconoscibile al Festival.

La mascot nasce con questo obiettivo: diventare un elemento capace di rappresentare lo spirito del Festival del Cuore in modo immediato, contemporaneo e anche più emozionale.

È una novità importante perché, per la prima volta, il Festival introduce un vero e proprio personaggio all’interno del proprio universo.

E credo che sia coerente con la trasformazione che stiamo portando avanti. Se vogliamo costruire un’esperienza, dobbiamo creare anche dei simboli che le persone possano riconoscere, ricordare e sentire propri.

La mascot vuole essere proprio questo: un segno di appartenenza, un elemento di energia e, soprattutto, un nuovo modo di avvicinare le persone al cuore del Festival.

Quindi non sarà soltanto un elemento scenografico?

Andrea Di Maso:
No, l’idea è molto più ampia.

Vogliamo che abbia una sua personalità e che possa accompagnare il pubblico durante l’esperienza del Festival.

La vedremo nella serata, naturalmente, ma il progetto nasce con l’idea che possa vivere anche oltre quella sera.

È un modo per rendere il Festival più riconoscibile e più vicino alle persone, soprattutto alle nuove generazioni.

In fondo, anche questa è una forma di evoluzione: dare una nuova voce al cuore senza cambiarne il significato.

Il 2 dicembre

C’è un momento della serata che, più di tutti, rappresenta il Festival che hai in mente?

Andrea Di Maso:
Spero che non sia un singolo momento.

Vorrei che fosse un insieme di sensazioni.

La musica, una performance, una conversazione, un’opera che nasce, una testimonianza, una raccolta.

E poi quel momento in cui ti rendi conto che tutte quelle persone, apparentemente così diverse, sono lì per la stessa ragione.

Quello è il Festival del Cuore.

A chi non è mai venuto, cosa diresti?

Andrea Di Maso:
Di non aspettarsi semplicemente una cena.

E neppure semplicemente uno spettacolo.

Gli direi di venire a vivere un’esperienza.

Può divertirsi, ascoltare musica, incontrare persone, vedere arte e performance.

Ma soprattutto può sapere che quella serata avrà un effetto anche fuori da quella sala.

Diciassette edizioni dopo, qual è il tuo desiderio per il Festival?

Andrea Di Maso:
Continuare a sorprenderci.

Credo che sia importante non smettere mai di cercare un modo nuovo per raccontare qualcosa in cui crediamo da sempre.

La 17ª edizione è una nuova energia.

Ma la missione è la stessa.

E quando le luci si spegneranno, cosa vorresti che gli ospiti portassero a casa?

Andrea Di Maso:
Vorrei che portassero a casa un’emozione.

Ma anche la sensazione di aver fatto parte di qualcosa.

Se una persona torna a casa divertita, emozionata e consapevole di aver contribuito ad aiutare qualcun altro, allora per me abbiamo fatto centro.

Perché alla fine possiamo cambiare il format, la musica, le luci, la tecnologia.

Possiamo cambiare il modo di raccontare il Festival.

Ma il cuore deve continuare a battere.

IL CUORE VA IN SCENA

Diciassette edizioni dopo, il Festival del Cuore non sceglie la strada più semplice: sceglie di reinventarsi.

La sua storia parla di charity concreta, di persone e di progetti sostenuti negli anni. La sua nuova identità parla invece un linguaggio più contemporaneo: performance, musica, arte, dinner show, networking, tecnologia e una regia capace di trasformare ogni passaggio in parte di un racconto.

Due dimensioni che non si contraddicono.

Si completano.

Perché la vera sfida del Festival del Cuore 2.0 non è diventare più spettacolare. È dimostrare che spettacolo e solidarietà possono aumentare reciprocamente il proprio valore.

Il 2 dicembre, al Vinile di Roma, la scena cambierà ritmo, colore e linguaggio.

Ma dietro ogni luce, ogni nota, ogni performance e ogni incontro resterà la stessa domanda che accompagna il Festival da diciassette edizioni:

quanto può diventare grande un gesto, quando tante persone decidono di farlo insieme?

E forse è proprio questa la ragione per cui, ancora una volta, il cuore va in scena.

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